Gardening,
not architecture.
Il cinema si trova in un giardino senza recinzioni né confini. Al centro si erge uno schermo semi-trasparente, con la vegetazione che cresce liberamente dietro di esso. Ogni giorno il sole proietta le sue ombre sullo schermo, variando a seconda della sua traiettoria, del ritmo e della luminosità. Il cinema dispone di sedie per le persone (con seduta) e sedie per le piante (senza seduta, lasciando spazio alla crescita): gli esseri umani vanno e vengono, le piante restano.
L’installazione è realizzata con materiali sostenibili e può essere smontata se necessario.
Ispirandosi alle idee di Clément in Il Giardino Planetario e Il Giardino in Movimento, il progetto promuove un senso di responsabilità verso il nostro ecosistema condiviso. Invita a diventare custodi e giardinieri piuttosto che consumatori, e considera la Terra come un unico giardino interconnesso affidato all’umanità.
Il progetto si ispira anche alla storia del paracinema. Negli anni Ottanta, una generazione di giovani artisti — desiderosi di fare cinema piuttosto che arte — iniziò a generare situazioni in cui la proiezione era concepita come un happening. Mancando l’accesso alla pellicola e ai mezzi industriali, prioritizzarono l’esperienza collettiva dello spazio cinematografico, la partecipazione del pubblico e la presenza dell’artista. Opere come Line Describing a Cone di Anthony McCall crearono ibridi tra performance, installazione, scultura e cinema, avvicinandosi alla dematerializzazione del medium attraverso luce, tempo e spazio.
Durante la proiezione, umani, piante e altri organismi interagiscono tra loro: all’interno dell’immagine sullo schermo, nella percezione del film e nello spazio fisico dello spettatore. Le ombre si sovrappongono, i corpi interrompono la luce, le foglie tremano al vento, gli insetti attraversano la superficie dello schermo. Giardino d’Ombra diventa così un sistema poroso in cui i confini tra soggetto e oggetto, spettatore e osservato, cultura e natura si dissolvono.
Questa prospettiva risuona con le parole del biologo e ricercatore Merlin Sheldrake: “È immaginando noi stessi come separabili — l’uno dall’altro e dall’ecosistema che ci sostiene — che giustifichiamo sia lo sfruttamento e l’oppressione di altri esseri umani, sia la devastazione ecologica.” Cinema d’Ombra cerca di contrastare questa separabilità immaginata offrendo un’esperienza incarnata di interdipendenza.
Prendersi cura di un ambiente vivente significa abitarlo davvero, coesistere con esso, accogliendo processi aperti piuttosto che risultati completamente predeterminati, caratteristici dell’Antropocene.
Il progetto è chiaramente definito nelle sue premesse, ma rimane aperto nei suoi effetti: nelle riflessioni che può generare, negli usi e nelle attività che può ospitare e, soprattutto, nel modo in cui permette una condivisione autentica dello spazio con piante e insetti. È un progetto vivente—letteralmente organico.
Gardening, not architecture.
Brian Eno